RECAP: RYOJI IKEDA – SUPERCODEX @ INTERZONA, VERONA

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Il giapponese Ryoji Ikeda è un personaggio strano. Schivo, enigmatico, geniale. Arriva ad Interzona (Verona) per una performance live di ‘Supercodex’, il suo lavoro datato 2013.

Ha già una discografia di tutto rispetto nei vent’anni di attività, aggiungendo inoltre installazioni e pubblicazioni. I suoi suoni minimali vanno ad esplorare il concetto di sound of data e data of sound, mischiando matematica, astrattismo e visual. Ad Interzona ci sono stato parecchie volte negli anni scorsi, mai per un artista del genere. Pioviggina, ma decido comunque di parcheggiare qualche via più in là, giusto per reimmergermi nei ricordi nel tratto di strada. Telefono al mio contatto, Alessio Interzona, che dopo pochi minuti si presenta, pacato e molto disponibile. Mi spiega che si inizierà verso le 23, così, nell’attesa, approfitto per andare a trovare un amico che abita poco distante. Ritorno al posto e dopo la fila di rito, compilo il modulo per la tessera associativa, una ragazza a fianco a me mi ricorda che “oggi è il ventuno, il primo giorno di primavera”, compro un acqua (specifica perchè acqua eh eh eh) ed entro in sala, già mezza piena. La gente attorno a me è abbastanza eterogenea, sia per età che per estrazione sociale; le ragazzine che mi fanno battere il cuore non mancano e, come di consueto, non manca la solita schiera di radical chic vestiti da designer Ikea che ti fanno pesare di essere vivo, formando un capannello con discussioni che spaziano dall’oppressione della religione cattolica (argomento in voga per questo 2015, segnatevelo!) alle feste cool di Milano, come nei più classici cliché. Mi sento molto più vicino e in sintonia con la coppia di ragazzi capitati lì per caso che ho dietro di me che discutono appassionati di Xena, principessa guerriera. L’atmosfera con l’ambient in sottofondo inizia a farsi calda, complice anche le quasi centocinquanta persone circa che popolano la sala. Vedo passare Ryoji Ikeda, che non raggiungerà il metro e sessanta, scortato dallo staff del posto: cuffia, occhiali da sole e impermeabile neri health goth, pare un alieno grigio con quel testone. Sono ormai le 23.20 e le luci si abbassano, ora è buio. Vediamo entrare Ryoji con una piccola torcia in bocca, per farsi strada verso la consolle e lì inizia immediatamente con qualche disturbo che si proietta sullo schermo bianco dietro di lui. Forse il pubblico non ha capito bene che tipo di performance si troverà ad assistere, qualcuno muove la testa e il corpo a ritmo (sic!), qualcun altro è basito e fermo con gli occhi sbarrati, chi ride col vicino e chi si gusta la birretta. Sarebbe bello che tra il pubblico ci fosse qualche epilettico o avere una bottiglietta d’acqua con l’mdma, così, tanto per vedere l’effetto che fa. Le onde disturbate, le linee, i punti e i quadrati sullo schermo si succedono in progressione, in sintonia con i suoni e i glitch che RI fa uscire dalla sua testa. Per tutta l’esibizione non cambia mai espressione (è la versione del Sol Levante dell’emotion chart di Steven Seagal), è un piccolo monolite di serietà, con la bocca un po’ tirata, a ricordare la marzialità e la dignità che il popolo giapponese rappresenta. Mitragliatrici di impulsi, errori, assenza di melodia, lo schermo è un gigantesco oscilloscopio in bianco e nero. Dopo quasi un’ora, mi aspetterei un seppuku celebrativo à la Yukio Mishima, ma, semplicemente, Ryoji spegne tutto e a passo spedito torna dietro le quinte. Le luci si alzano e capiamo che il nostro caro ha terminato, senza un saluto, facendosi piccolo piccolo e quasi vergognandosi della sua stessa esistenza. Niente proclami, solo gigantesca marzialità, ma alla grandissima proprio. La sala lentamente si svuota, così pure io decido di uscire, scambiando due parole con il mio vicino, discutendo se la sua “musica” fosse più techno o noise. Qualcuno da dietro azzarda un post-techno minimale, al che decido che è veramente troppo per me e levo le ancore. Un ultimo saluto ad Alessio Interzona ed esco. Pioviggina ancora. Accendo la macchina, Radio Adige compagna fidata passa Elea con ‘Paisley Faces’ in palese contrasto e mi dirigo al bar, là so già che almeno una birra mi aspetta.
(Fabrizio De Guidi, @fabriziodeguidi)

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